“È per merito di una poesia, bruttina ma in compenso mia, se sono diventato giornalista. E dire che sognavo di diventare portiere della nazionale polacca.” Ryszard Kapuscinski.

Oggi voglio condividere con voi la passione per un personaggio che amo molto, purtroppo scomparso alcuni anni fa. La sua vita è stata ed è ancora oggi un modello per molti, al tempo stesso uno spunto e uno stimolo, sicuramente un inno alla vita. Chi era Ryszard Kapuscinski? Un giornalista, un viaggiatore, un antropologo? Nessuna di queste categorie riesce compiutamente ad inquadrarne la personalità, per il semplice fatto che in lui sono racchiuse ed amplificate tutte le peculiarità proprie di queste tre figure.

Kapuscinski si definiva “un traduttore, non da una lingua ad un’altra, ma da una cultura all’altra”, in grado, questo lo aggiungo io, di raccontarci con passione, competenza e originalità i diversi luoghi e i numerosi popoli con cui entrò in relazione nella sua lunghissima carriera. Il tutto in ossequio sia ad una vocazione unica, trascinante ed originale, che alla concezione del ruolo del reporter come missione, come lui stesso racconta.

Perché sono scrittore? Perché tante volte ho rischiato la vita e sono stato a un passo dalla morte? Per dimostrare l’esistenza del fato? Per guadagnarmi lo stipendio? Il mio lavoro è una vocazione, una missione.… La missione è qualcosa i cui frutti esulano dalla nostra persona. Non lo si fa solo per comprarsi la macchina o per costruirsi la villa. Lo si fa per gli altri.”

Al riguardo, in Autoritratto di un reporter possiamo individuare con chiarezza le finalità che Kapuscinski attribuisce alla sua professione.

In viaggio con Erodoto

Da un lato riscontriamo un obiettivo di carattere generale, che potremmo ricondurre all’esigenza di proporre ai lettori un ventaglio di informazioni e notizie che abbiano un effettivo respiro globale e che non si limitino a trattare contesti geografici limitati, riconosciuti tradizionalmente come prioritari solo in quanto legati agli interessi e alla mentalità del mondo occidentale.

“La mia principale ambizione è di dimostrare agli europei che la nostra mentalità è quanto mai eurocentrica e che l’Europa non è il mondo intero. Che l’Europa è circondata da un’immensa e sempre crescente varietà di culture, società, religioni e civiltà”.

“Abbiamo una mentalità talmente eurocentrica, che siamo informati solo sugli eventi europei, mentre il mondo è pieno di guerre in atto da anni e che, per la coscienza del mondo, restano guerre ‘invisibili’ o ‘dimenticate’….Ritengo che parlarne sia una delle mie funzioni”.

Dall’altro lato, ponendo l’accento sul concetto di reporter come missione, Kapuscinski intendeva dar voce a quanti, per mancanza di speranza, non sanno più parlare.

“Ne parlavo anche per motivi etici, perché i poveri, di solito, stanno zitti. La miseria non piange, non ha voce. La miseria soffre, ma soffre in silenzio. La miseria non si ribella.…Dato che questa gente non riuscirà mai a ribellarsi, ci vuole qualcuno che parli per lei. E’ uno degli obblighi morali che incombono su quanti si occupano di questo infelice settore della famiglia umana, composta di nostri fratelle e sorelle. Fratelli e sorelle che, purtroppo, vivono nella miseria. Che non hanno voce”.

“Secondo me, chi viaggia e vede entrambe le facce della medaglia, ha l’obbligo di parlarne. Tre anni fa, quando partii con l’Alto commissario per i rifugiati per visitare i campi profughi alla frontiera tra il Sudan e l’Etiopia, vissi un’esperienza incredibilmente drammatica. Ci recammo nei luoghi più spaventosi che si possano immaginare. I profughi ricevevano ogni giorno tre litri di acqua (che dovevano bastare a lavarsi, cucinare, fare il bucato e bere), mezzo chilo di granturco, niente carne, niente verdure. Morivano a centinaia, a migliaia.
Tornammo ad Addis Abeba e l’indomani ripartii per Roma. Era una sera d’estate. Piazza Navona era affollata, piena di ristoranti, la gente si godeva la vita, la musica, il cibo. Ma io continuavo ad avere davanti agli occhi quello che avevo visto prima di partire. E’ un’immagine emblematica del dramma del mondo odierno. La gente di Piazza Navona non saprà mai come vivono i suoi fratelli e sorelle ad appena due o tremila chilometri di distanza.
Penso che la vita in due mondi così diversi crei l’obbligo morale di parlarne”.

Le pagine di questo testo ci trasmettono compiutamente lo spirito con cui Kapuscinski svolgeva la sua professione, le tensioni che lo animavano, la passione che lo muoveva.

“La curiosità del mondo che anima il reporter è una questione di carattere. Ci sono persone non interessate al resto del mondo: quello in cui vivono è per loro il mondo intero…Ci sono tuttavia alcune persone che, per loro natura, devono conoscere il mondo in tutta la sua varietà. Non sono numerose”.

“Il viaggio a scopo di reportage esige un surplus emotivo e molta passione. Anzi, la passione è l’unico motivo valido per compierlo”.

La prima guerra del football: e altre guerre di poveri

A tale prospettiva si lega a doppio filo il tema del viaggio, che nelle parole di Kapuscinski assume un significato intimo, esistenziale, espressione di un peculiare approccio alla vita:

“Appena mi fermo in un posto…comincio ad annoiarmi, sto male, devo ripartire. Sono molto curioso del mondo. Per tutta la vita non ho fatto altro che lamentarmi di non essere ancora stato in questo o in quel posto”.

“Esistono vari modi di viaggiare. La maggior parte della gente – le statistiche parlano addirittura del novantacinque per cento – parte per riposarsi. Vuole scendere in alberghi di lusso in riva al mare e mangiare bene, non importa se alle Canarie o alle Fiji…
Per me il viaggio più prezioso è quello del reportage, il viaggio etnografico o antropologico intrapreso per conoscere meglio il mondo, la storia, in modo da trasmettere agli altri le conoscenze acquisite”.

“Più si conosce il mondo, più ci rendiamo conto della sua inconoscibilità e sconfinatezza: non tanto in senso spaziale, ma nel senso di una ricchezza culturale troppo vasta per poter essere conosciuta…l’immensità e la ricchezza culturale del mondo sono infinite. Dopo oltre quarantacinque anni di continui viaggi, e pur conoscendo questa terra meglio di chi non ha viaggiato, sono convinto di non sapere ancora niente”.

“Quando si è in gruppi non si vede niente, perché si è distratti dal gruppo… il turismo deve essere individuale, in quanto la presenza di un accompagnatore ha un effetto dispersivo… la conoscenza del mondo richiede molta fatica. Non si tratta di un piacere, ma di uno sforzo che esige concentrazione e il desiderio di conoscere altre genti, altre culture eccetera. E’ uno sforzo possibile solo a patto di concentrarsi, e quindi di essere soli: ogni lavoro creativo richiede concentrazione e solitudine. Per scrivere poesie o dipingere quadri ci si ritira in solitudine. Se si considera alla stessa stregua la conoscenza del mondo, bisogna essere soli anche durante il viaggio”.

“Per il momento continuo a seguire il richiamo delle regioni più remote del nostro mondo. Chissà, forse un giorno, quando non avrò più la forza di andare lontano, mi volgerò verso ciò che sta a portata di mano, dietro l’angolo…”.